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“Non
c’è niente di più lontano dalla
morte del desiderio. Ecco allora che una danza,
come dire desiderio puro, che abbia nella morte
la sua meta, suona come un ossimoro. Dood, ovvero
un danzar morendo pieno di vita che della morte
parla e fa parlare. Se ti dico morte, tu cosa pensi?
A mia nonna, se ne è andata in allegria.
Interviste, immagini e didascalie, ben lontane
dall’angoscia della fine o del finire, corredano
il lavoro di Barbara Toma, danzatrice italo-olandese
in scena sabato sera al Piccolo Auditorium ospite
del festival MovimentInTempo. Tra lumini rossi
da cimitero e due schermi mobili mutabili in corridoio,
la danzatrice pugliese a lungo vissuta nei Paesi
Bassi, riesce a danzare la nuda presenza della
veglia, e subito dopo a sfidare con lo sguardo
il pubblico, in un lutto ottocentesco con gonna
a clessidra che esalta l'inarcarsi del tronco in
un singulto.È che la morte, fino a un certo
punto, è quella degli altri, e come tale
la si piange ma soprattutto la si accetta. Oppure
la si rimuove, alle strette con parole come decomposizione,
putrefazione e scheletrizzazione. Parole alle quali
sopravvivere un po’ da automi, con il sorriso
stampato sulla faccia. Difficile è sentirsi
morituri, coscienti che dai vent'anni in su s’invecchia,
allora la danza, fin lì corpo pulsante in
una lingua molto vicina a quella dei segni, sulle
note titaniche di un dies irae, si cadensa in un
molleggio sul posto che sembra non finire mai.
C'è tempo ancora per una preghiera, prima
che l'aria manchi e occorra la maschera dell'ossigeno.
Prima che sullo schermo scorra la carta dei morenti:
dodici diritti per morire in pace e con dignità.”
BALLARE E’ UN PO’ MORIRE CON “dood” DI
BARBARA TOMA-MONICA PERUZZI
L’UNIONE SARDA , giovedì 16 ottobre
2003
“…
Di impostazione diametralmente opposta a "The
Moebius Strip"di Gilles Jobin, lo spettacolo "dood",
coreografato e interpretato da Barbara Toma, un altro
spettacolo "impegnato", interamente incentrato
sul tema della morte. Decisamente intenso dal punto
di vista emotivo, elegante nella trattazione, nonostante
la difficoltà di affrontare temi come: il
suicidio, la pena di morte, l'eutanasia. Molto bella
anche la messa in scena, con il bianco e il nero
come unici colori presenti, in contrasto solo con
il rosso dei lumini; l'uso interattivo del video,
su cui appaiono immagini e testi, il tutto supportato
da coreografie sobrie e di grande intensità interpretativa…”
"
DANZA CONTEMPORANEA A MILANO: SHORT FORMATS - FESTIVAL
INTERNAZIONALE DELLA NUOVA DANZA" dal
sito www.vivaladanza.it
“
..La sfida è rappresentare l’irrapresentabile:
la morte e i suoi derivati. Lo spettacolo è appena
incominciato e l’atmosfera si fa subito pesante,
angosciosa, claustrofobica. Qui si tratta di morte,
ecco il perché di questo disagio. Della morte
si può parlare, ma per poco e privatamente,
altro è sedere in un teatro e confrontarsi
con la rappresentazione esplicita e luttuosa della
Fine. La sfida di Barbara Toma, pugliese di nascita
e olandese di adozione, è una sfida al tabù,
a ciò di cui non si può dire. La morte,
del resto, non può essere raffigurata nella
sua essenza: ci si può girare intorno, ripeterne
atmosfere e suggestioni, scegliere di descrivere
la morte del corpo o di richiamare il dolore della
perdita, la si può solo evocare. La complessa
coreografia della Toma si muove tra la fisicità e
l’astrattezza dell’idea della morte.
Anche questa volta lo spettacolo si avvale di contaminazioni
con video, frammenti di registrazioni di interviste
che sono quasi monologhi, brevi suggestioni dell’'uomo
della strada'. La danzatrice traghetta il pubblico
attraverso un percorso visivo e narrativo, quasi
un’escalation, tra momenti diversi ricostruiti
con frequenti cambi di scena e di musiche. La veglia,
l’attesa, il lutto, l’accudimento, la
preghiera, il sollievo, la malattia. Fino all’ultimo
estenuante quadro, in corsa verso una maschera di
ossigeno per esalare l’ultimo respiro.
I video proiettati sullo sfondo interagiscono
potentemente, ricordandoci che il decadimento
fisico, inarrestabile
ed ineluttabile, inizia dopo i 20 anni (cavolo,
così presto!),
elencando gli stadi della decomposizione, richiamando
i nomi familiari della separazione e della perdita
(madre, nonna, ecc.), riportando la Carta dei diritti
del malato. La riflessione sull’identità (tema
conduttore della rassegna) diviene riflessione sulla
materialità dell’esistenza, sulla morte
che è in noi, che ci attende e che già ci
abita e che nel limite dà senso all’esistere.
Il corpo allucinato cerca di ritrovare la sua unità nel
movimento, ora convulso ora bloccato, inchiodato
a terra; il gesto metallico e asettico richiama la
decadenza del rigor mortis. L’attesa della
morte è attesa di movimento. La morte è anche
gabbia, necessità incomprensibile e superiore:
Barbara Toma si rinchiude nell’angusto spazio
verticale creato dai pannelli mobili, ottima soluzione
scenica per passare dalla superficie bidimensionale
allo spazio vuoto tridimensionale. Dentro quella
cella un’entità che lotta per evadere
e perde. Poi il corpo si mostra nudo, si riveste
e ridiviene carnale, è la malattia, la lotta
per la vita…”
SE LA DANZA SFIDA
IL TABÙ PIÙ GRANDE--(AGE)
CAGLIARI, 17 OTTOBRE 2003
“
Rappresentazioni della parola morte, ricordi personali.
Sono voci registrate di passanti, invitati a esprimere
la propia opinione come in un sondaggio qualsiasi,
anche se ad essere affrontato è un tema tabù.Barbara
Toma accoglie cosi il pubblico in dood.
Avvicinamento razionale e commosso, procede
per suggestioni, accumula visioni e percezioni
attraverso
danza e
musica, proiezioni video, foto, frasi
proiettate.La veglia è un’attesa immobile davanti
alla soglia.Il corpo modifica lentamente la postura
a scandire il tempo ineluttabile della sofferenza.
Il lutto è severo come il drappeggio
di un abito ottocentesco, lo spasimo parte
dal diaframma
per coinvolgere il busto e le braccia in
un onda di energia trattenuta.
Un pallido viso si volge indietro, austera
espressione di infinito rimpianto. Segno
visivo di dolente
bellezza, estetica del romanticismo,
espresso nella potenza
di una romanza lirica, il dolore è quasi
anestetizzato.
Hanno lo stesso scopo le didascalie sugli
schermi, che in ogni lingua coprono di
metafore il verbo
morire.L’immagine
muta ancora quando i pannelli imprigionano un corpo
svelato nell’istante estremo del suicidio,
o lo lasciano libero per un momento di intimo raccoglimento.
Risponde alla meccanica biologica il brano “decomposizione”,
frammentazione del movimento degli arti , disgregazione
del corpo che parte dalla morte delle cellule (comincia
a vent’anni si legge sullo schermo..). Processo
che diventa frenetico in “moritura”,
ansante viaggio nella malattia.Al corpo che
danza si interpongono le immagini video ,
primi piani
che sottolineano tic e iterazioni, atti di
conforto religioso,
sino al disvelamento di un organismo inciso
dalle medagliette sacre.
Rigoroso e coinvolgente , senza patetismi
né immagini
convenzionali, “dood” affascina per la
capacità di rappresentare il senso
della morte e per la raffinata ricerca del
movimento
e delle
variazioni.”
IN “DOOD” EMOZIONANTI
SUGGESTIONI-di ROBERTA SANNA-La Nuova Sardegna-15
Ottobre 2003
“Sembra
privilegiare percorsi ardui, aspre salite e tematiche
complesse e apparentemente poco accattivanti, la
danzatrice e coreografa Barbara Toma,. (..)Già nel
titolo lo spettacolo rievoca e riassume, in una sola
parola (che significa appunto ‘morte’),
il filo conduttore di una narrazione articolata che
affronta l’argomento, vastissimo, da molteplici
punti di vista come a volerlo circoscrivere e racchiudere
infine rivelandone una visione personalissima, non
superficiale seppur venatad’ironia.(…..)
Accanto alla scoperta di una carta
dei diritti dei malati che mette in
evidenza
le apparentemente
scontate
esigenze di chi si trova ad affrontare
un passo estremo e senza ritorno (il
diritto
ad essere
informati ed assistiti; a non subire
ciò che
gli stessi medici definiscono ‘accanimento terapeutico’, fonte di
un inutile acuirsi e prolungarsi dei patimenti; a ricevere assistenza e conforto,
e sollievo dal male); un florilegio di offerte, le più strampalate, per
esempio dal web, con siti che predicono l’ora e il giorno della morte,
e altri che propongono di fare delle ceneri del ‘caro estinto’ un
diamante da incastonare e portare come gioiello…(…)
Lo spettacolo si apre con una scena in penombra, mentre nella sala
illuminata comincia l’afflusso del pubblico; tra i lumini rossi accesi l’artista
disegna una coreografia lieve, sottile, compiendo una diagonale che è anche
segreto rito di passaggio, l’attimo della separazione dalla vita in un
sereno trascorrere, fino a sparire dietro le quinte quando tutti gli spettatori
hanno preso posto. E rientrare accomodandosi in una sorta di ‘cassa’ su
misura da portare in giro per il palco, carro funebre e bara che accompagna,
quasi come un ‘guscio’ questa funerea camminata, per trasformarsi
in una sorta di paravento e schermo, e ancora una ‘porta’, a segnare
il limes, il confine di un’ulteriore metamorfosi.
Accompagnati e scanditi da titoli o ‘didascalie’ in varie lingue
si susseguono i momenti della veglia e del lutto; dall’attesa estenuante,
costruita per fotogrammi, l’ansia di una veglia accanto ad un morente;
alla tragica rappresentazione di un dolore trattenuto, quasi soffocato, che esplode
e devasta dall’interno, squassando il petto, e l’anima, in un tormento
convulso che riprende l’immagine di un celebre dipinto di Hayez per interpretarne
e visualizzarne concretamente il dramma, l’intima tensione. Ma a fungere
da introduzione è una sorta di coro discorde, le voci e le affermazioni
dei passanti, le dichiarazioni categoriche o esitanti sollecitate da domande
precise sui pensieri, le sensazioni e le libere associazioni che genera la parola ‘morte’,
o morente; da cui emerge un certo pudore, una ritrosia ad avvicinarsi ad una
sfera semantica che si collega al dolore e alla perdita, ma anche per qualcuno
ad una follia e diversità di chi si consideri prossimo alla fine.
A far da pendant le perifrasi con le quali eufemisticamente o all’opposto
con crudo realismo si descrive nei diversi luoghi e latitudini e lingue della
terra il passaggio definitivo, e i fotogrammi che alludono più o meno
direttamente allo stesso tema. Una fitta trama di rimandi ai differenti piani
e linguaggi si intreccia nella zona che indaga gli aspetti più pervasivi
di un processo di progressivo deterioramento del corpo, dei muscoli, i legamenti
e le ossa, che inizia al culmine della giovinezza per protrarsi fino alla vecchiaia,
ed oltre. Tutto si consuma e si rattrappisce, l’iconografia del classico
contrasto che richiama la Vanitas si arricchisce e completa di elementi coreografici,
divenendo a sua volta argomento e spunto di un’artificiale compressione,
ridimensionarsi dei gesti, della mobilità in una contrazione, ma anche
slegamento delle parti. E con una certa autoironia del referente autobiografico,
anche se non necessariamente con l’artista, ma certo con il personaggio,
un testo che è quasi un diario racconta di come vengano meno le forse
e lo splendore, a partire da un’età che costituisce il culmine della
parabola prima dell’inevitabile decadimento, fino ad addentrarsi minuziosamente
nella descrizione dei particolari, vagamente ‘macabri’ con un puntiglio ‘scientifico’.
Imprescindibile ma trasfigurato in un’intensa sequenza, quasi commovente
ed insieme poetica e lieve come l’aspirazione ad elevarsi al di sopra della
sofferenza e delle costrizioni di un’esistenza concepita come una prigione
cui è possibile sfuggire attraverso un’unica via, il tema del suicidio
quale atto di libertà, e liberazione. Lo spettacolo è attraversato
dalle dediche di una genealogia al femminile, una ricostruzione dei legami e
degli affetti privati che sono anche il tramite, la giustificazione e la motivazione
interiore del lavoro; e le ultime immagini, accompagnate dalla voce inconfondibile
di Jacques Brel permettono di congedarsi dallo spettacolo, e dall’idea
di morte, come in una catarsi tragica, non senza però uno spunto di riflessione,
che riporta all’idea dell’importanza di riconoscere i malati, anche
i malati terminali, come persone, rispettandone i diritti e la dignità.
Perché l’arte, il teatro, la danza per Barbara Toma hanno anche
il compito di elaborare e fornire elementi e considerazioni capaci di attivare
i pensieri e le coscienze; non sono necessariamente, o non soltanto, astratti
e solipsistici percorsi che si esauriscono nel soddisfare un bisogno personale
di creazione e comunicazione, ma portano con sé anche la responsabilità di
dar voce a chi non sa e non può esprimersi in prima persona.“
RICERCA DI DANZa DI BARBARA TOMA
Di Anna Brotzu dal sito www.ZEROsettanta.it Novembre 2003“.
.Lo
spettacolo di Barbara Toma è un lavoro coraggioso, che mette lo spettatore
dapprima di fronte all’aspetto del dolore della perdita(sulle note de La
mamma morta dall’andrea chenier,nell’esecuzione di Maria Callas)
con una bellissima coreografia interiore, e poi procede in una vivisezione scenica
che non risparmia decomposizioni e consunzioni, fino al concludersi con il proclama
della carta dei diritti dei morenti….non c’è conforto in quello
che ci racconta con il corpo o nelle immagini, che scorrono sullo schermo mobile
alternandosi a parole proiettate il cui significato non è mai semplicemente
didascalico ma piuttosto di denuncia , oppure relativo ad affetti perduti: servono
a ricordare che è anche dall’atteggiamento verso la morte che si
misura il grado di civiltà di una società.”
BARBARA TOMA, BELLA E SGRADEVOLE, il pubblico dei Cantieri Koreja
spiazzato da una proposta intensa ed estrema di Francesco Farina-Corriere
del mezzogiorno-7 gennaio 2004
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